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Sperimentando la pratica di
cittanupassana, ho scoperto l’utilità di interrogarmi sul mio
stato d’animo e di contemplarlo. È molto facile vivere in maniera
meccanica: possiamo essere così coinvolti nelle nostre abitudini e
reazioni da non riuscire a conoscere davvero i nostri stati d’animo. Una
volta una persona mi disse che ero arrabbiato, e io lo negai; in realtà
ero arrabbiato e non lo sapevo nemmeno, non riuscivo ad ammetterlo
neanche di fronte a me stesso. Ma è solo riconoscendo questi aspetti che
possiamo risolverli.
Le energie e le emozioni che proviamo possono essere spaventose, anche
per noi stessi. Il mio carattere tende a voler vivere una vita felice,
in cui tutti sorridono e si dichiarano felici anche se non lo sono. Dal
momento che ci sentiamo minacciati, spaventati, una parte di noi non
vuole contemplare, non vuole conoscere le cose così come sono. Non ci
permettiamo di confrontarci con ciò che consideriamo cattive abitudini o
problemi personali.
Penso che ci sia anche una paura della pazzia, di avere qualcosa di
essenzialmente sbagliato. Possiamo pensare di avere qualche rotella
fuori posto, poiché quando guardiamo noi stessi non riusciamo proprio a
capire perché siamo così. Ricordo che, da giovane, gli uomini della mia
generazione non ammettevano mai le proprie paure, preferivano recitare
un ruolo, interpretare lo stile macho: “Non ho paura di nulla, io”. Era
importante sembrare forti e invincibili. Quando ero in marina (Ajahn
Sumedho ha passato quattro anni in marina come medico ausiliare) tutti
assumevano questo atteggiamento, mentre io pensavo: “Diciamo tutti di
non aver paura, ma io mi sento terrorizzato dalla morte. Devo essere
l’unico sulla nave che si sente così. Non voglio che gli altri lo
sappiano, non so cosa farebbero se lo scoprissero”. Credo che oggi gli
uomini siano più disposti ad ammettere di fronte agli altri e di fronte
a se stessi di aver paura, o di provare certi desideri, di sentirsi
arrabbiati e via dicendo.
Io non sopportavo di sentirmi confuso, volevo sempre avere la certezza
di tutto, volevo sentirmi dire cosa fosse giusto fare, volevo che tutto
fosse disposto in modo da rassicurarmi. Provavo resistenza davanti
all’incertezza o alla confusione e cercavo sempre di sbarazzarmene. Ma
oggi il mio consiglio è che, quando ci si sente insicuri o confusi su
qualcosa, si colga l’opportunità di contemplare la sensazione. Guardate
dentro e chiedetevi: “Com’è…?”. Ascoltate dentro voi stessi: “In questo
preciso istante c’è confusione. Non so cosa fare, non so cosa accadrà.
Ho ragione o torto? Dovrei fare o no quella cosa?”. Quindi limitatevi a
osservare questo stato d’animo come un oggetto mentale, senza giudicarlo,
e vedete cosa succede.
Possiamo deliberatamente far emergere uno stato di dubbio, in modo da
arrestare la mente pensante. Possiamo chiederci “Chi sono io?”, o
qualsiasi domanda sollevi uno stato di dubbio. Allora è possibile essere
consapevole di quello spazio nella mente in cui non c’è pensiero;
utilizziamo così lo spazio tra due pensieri. Quindi, se abbiamo una
certa inclinazione al dubbio, possiamo usare il dubbio come mezzo abile
per sviluppare la capacità di conoscere il ‘non conoscere’. Vediamo
l’essenza dello stato d’animo del non sapere, del non conoscere.
Possiamo anche formulare deliberatamente un pensiero e osservare lo
spazio tra le parole. Per esempio: “Io sono un essere umano”. Prima di
pensarlo, c’è una pausa, poi c’è ‘io’, uno spazio, ‘sono’, un altro
spazio, ‘un’, spazio, ‘essere’, spazio, ‘umano’, fine. Nulla. Ci
addestriamo dunque a osservare e a prestare attenzione al nulla, a uno
spazio, fino al punto in cui la mente pensante non c’è. Ciò aiuta a
sviluppare una consapevolezza connessa, una consapevolezza che non
abbraccia soltanto le cose o le sensazioni, ma abbraccia anche il nulla,
lo sfondo, la vacuità, lo spazio, il silenzio. Dobbiamo svegliarci,
renderci conto che la mente non è condizionata a osservare il silenzio,
nonostante sia evidente. È qui e ora, non lo costruiamo noi, e possiamo
accorgercene all’istante, e risvegliarci al modo in cui esso è.
Perciò, in termini di stato d’animo, posso contemplare: “In che genere
di stato d’animo mi trovo?”. Posso portare la consapevolezza nel corpo e
vedere se c’è ansia, se mi sento insoddisfatto, se sto male, se sto bene,
se mi sento felice, qualsiasi cosa. Qualunque sia lo stato d’animo, la
nostra ‘atmosfera interiore’, posso esserne consapevole in quanto
oggetto che sono in grado di osservare. Poi, una volta che ci abituiamo
veramente a osservare lo stato mentale, non siamo più costretti a
esserne vittime; non resistiamo più né indugiamo più in ciò che stiamo
sperimentando.
Sapere in quale stato mentale vi trovate, sapere com’è, conoscerne la
qualità, è a tutti gli effetti un Fondamento della Consapevolezza (satipatthana).
Di solito, cerchiamo di manipolare, di cambiare gli stati d’animo, o
cerchiamo di pensare in modo positivo per sentirci meglio; non sembra
esserci nessuna via d’uscita da questa condizione. Ma è la meta
religiosa la via d’uscita. C’è una via d’uscita dalla sofferenza, dal
condizionato, da ciò che è nato, creato, originato. Per usare le parole
del Buddha: “Vi è il non-nato, il non-creato, il non-originato. Se non
ci fosse il non-nato, il non-creato, il non-originato, non ci sarebbe
via d’uscita da ciò che è nato, creato, originato. Ma dato che vi è il
non-nato, il non-creato, il non-originato, c’è una via d’uscita da ciò
che è nato, creato, originato” (Udana, VIII, 3).
Questo tipo di via d’uscita è incoraggiato perché ci si possa liberare
da quella prigione che è lo stato legato alla morte. Definiamo questo
stato ‘legato alla morte’ perché, quando lo si contempla veramente, si
riconosce che tutto ciò che riguarda i khandha (aggregati), come
ad esempio i pensieri, i ricordi, le sensazioni, il corpo, tutto morirà,
cesserà. Quindi, se ci si attacca ai cinque khandha (che sono
tutto ciò che c’è), in realtà ci si attacca alla morte. Malgrado le
persone credano di essere attaccate alla vita, in realtà quando si
attaccano, affascinate dalla dimensione condizionata, esse si attaccano
alla morte. Possono dire di amare la vita, ma ciò che chiamano vita non
è piuttosto la parte di un quadro più vasto che non viene ammesso alla
piena coscienza?
C’è sempre questa favola, questa ingenua speranza che la soddisfazione
del desiderio sia la risposta alla nostra sofferenza: se incontriamo la
persona perfetta saremo per sempre felici, se guadagniamo molti soldi
saremo davvero felici; oppure crediamo che, se otteniamo tutto ciò che
desideriamo, poi non avremo più altri desideri. Ma riflettiamo un po’:
le persone che sembrano possedere tutto, stanno davvero bene? Vale la
pena dedicare la propria vita a cercare di soddisfare tutti i desideri?
Non ci vuole molto per capire che è una sorta di spreco, perché fin
quando c’è attaccamento al desiderio, fin quando c’è questa illusione
circa la natura del desiderio, esso perpetuerà sempre se stesso. Si può
ottenere una gratificazione temporanea, niente di più. Si può ottenere
ciò che si vuole, e lì per lì sentirsi gratificati, ma poi ricomincia,
si cerca qualcos’altro, e qualcos’altro, e qualcos’altro. Questo avviene
perché il problema di fondo è l’identificazione con il desiderio,
l’attaccamento al desiderio.
Ma la nostra vera natura non è questa; non è il desiderio, non è la
morte. C’è l’incondizionato, il non-nato, il non-creato, il non-originato:
Amaravati, la dimora del senza-morte, che è senza tempo, presente
qui e ora. E cosa significa questo, in termini di esperienza? Se
pratichiamo per migliorarci o per ottenere qualcosa nel futuro, andremo
sempre verso la sofferenza. Nella meditazione, non importa quanto ci si
sforzi e si lavori per essere più disciplinati, quante ore al giorno si
siede, se si continua a operare secondo questa illusione di fondo, alla
fine il risultato sarà la sofferenza. Non si può ottenere
l’illuminazione per mezzo dell’ignoranza.
Il modo per illuminarsi consiste nel risvegliarsi al presente,
nell’avere fiducia nella capacità di ascoltare, di essere in uno stato
di semplice consapevolezza. Può essere difficile, perché siamo
programmati dalle passioni, a salire e scendere per la scala
dell’avidità, dell’odio e dell’illusione in tutte le sue variazioni.
Tuttavia, c’è ciò che è consapevole delle passioni, ciò che si può
erigere grazie alla presenza mentale, alla consapevolezza del corpo,
delle sensazioni, degli stati mentali e dei fenomeni mentali. La
consapevolezza e la riflessione sui cinque khandha ci consentono
di trasformare l’atteggiamento che teniamo nei loro confronti, invece
che vederli sempre come ‘io e mio’.
Ciò che ci occorre nel rapportarci alle esperienze è una consapevolezza
costante. Osserviamo il sorgere di una condizione, come l’inalazione di
un respiro: essa inizia, raggiunge un picco, poi comincia l’esalazione,
e l’esalazione poi finisce. Similmente, si può essere consapevoli della
mutevolezza di uno stato d’animo. Quando si è sufficientemente pazienti
e disposti a sostenere l’attenzione, uno stato d’animo è assolutamente
impermanente, non è un blocco solido. Se non riconosciamo questa natura
degli stati d’animo, saremo sempre costretti a indulgervi o a resistervi,
ed essi avranno una grande influenza sul modo in cui sperimenteremo la
vita. Ma nel momento in cui mi risveglio e presto attenzione, il mio
rapporto con le condizioni cambia. Invece di rimanere ingannato dalla
dimensione condizionata, la osservo. C’è lo stato del conoscere,
dell’essere consapevoli della mutevolezza dei fenomeni condizionati, e
dietro c’è l’incondizionato. Con la consapevolezza intuitiva, vediamo il
silenzio, l’incondizionato, come uno sfondo che abbraccia tutto,
all’interno del quale le condizioni appaiono in prospettiva. Le
condizioni sono così come sono; ma poi finiscono, cessano.
Sul piano personale posso sentirmi spaventato: anche pensare
all’illuminazione o a realizzare il senza-morte può essere visto come
una sopravvalutazione o come un’illusione. A volte preferiamo pensare a
noi stessi in termini negativi perché pensiamo che essere umili e
ammettere i propri errori significhi essere sinceri. Ma in realtà
dobbiamo lasciare andare quel lusso di considerarci una persona
danneggiata o una povera vittima delle circostanze. Possiamo lasciare
andare pensieri come “mia madre non mi ha mai amato, ecco perché sono
così”, o “non ho mai avuto le opportunità che hai avuto tu”, e così via.
Non voglio scherzare su queste cose, ma sottolineare il fatto che se
siamo attaccati a questi ruoli, allora sperimenteremo sempre la vita in
questo modo. Ma c’è una via di fuga, c’è una libertà dalla sofferenza
dell’illusione e dal potere del condizionamento.
Potremmo pensare: “D’accordo, il Buddha ce l’ha fatta, ma è stato più di
duemilacinquecento anni fa, ed è solo una diceria. Io non ho conosciuto
Gotama il Buddha, magari è tutta un’invenzione, forse non è mai esistito
nessun Gotama il Buddha”. Ma se si pratica e si sviluppa la
consapevolezza, non ha importanza se il Buddha sia mai esistito, perché
l’insegnamento funziona. Non ci serve un rigore storico, è meglio
chiederci se funziona, se c’è una via d’uscita dalla sofferenza, se è
possibile conoscere quando c’è la sofferenza e quando non c’è.
La dimensione in cui viviamo come esseri umani è essenzialmente una
dimensione in cambiamento. Ed è una dimensione karmica: ogni cosa
dipende da qualcos’altro. Avere un corpo umano ci connette alla
condizione dell’invecchiamento. Se voglio, posso aggiungere sofferenza
al processo di invecchiamento di questo corpo. Le persone lo fanno, no?
Pagano miliardi per la chirurgia estetica e per modificare ogni cosa,
per tenersi in linea, sembrare giovani e così via. Questo perché se ci
si identifica con il corpo, allora quando, come è naturale, esso
comincia a invecchiare, si soffre.
Il Buddha invecchiò, ma non soffrì. Ebbe malattie, ma non soffrì. Non
soffrì quando il suo corpo morì e non soffrì quando fu biasimato per
cose che non aveva fatto. Al Buddha accaddero molte cose terribili.
Secondo le scritture, dovette affrontare molte condizioni davvero tristi:
ebbe monaci e monache difficili, fu attaccato da un elefante impazzito,
suo cugino cercò di ucciderlo, eppure il Buddha non soffrì. Era forse
impenetrabile, come se non gli importasse niente di niente e non
sentisse niente di niente?
Quando sperimentiamo il processo di invecchiamento, il dolore della
malattia, il disagio, quando le cose vanno male e siamo biasimati per
cose che non abbiamo fatto, o quando c’è la morte di qualcuno che amiamo,
c’è un sentimento naturale, ma dobbiamo proprio aggiungere sofferenza a
questo sentimento? Vediamo che è così com’è, è l’eredità del karma nel
presente, sentiamo com’è. Ma la sofferenza che aggiungiamo è causata
dall’attaccamento a queste condizioni. Quando non c’è attaccamento,
proviamo comunque il dolore, il disagio, i sentimenti naturali che
emergono di fronte alle difficoltà, l’eredità karmica della nostra vita,
ma non aggiungiamo rabbia, risentimento, resistenza, biasimo,
autocommiserazione, paura, desiderio.
Possiamo farci questa domanda: “Perché c’è tanto stress in una società
che si sforza di creare una tecnologia per rendere la vita più facile?”.
In realtà abbiamo reso la vita molto più stressante. Ci sono le
lavatrici, i forni a micronde, le lavastoviglie, affinché la casalinga
non sia costretta a stare sempre in cucina e abbia più tempo. Tempo per
cosa? Per viaggiare, per preoccuparsi e per stressarsi, coinvolta in
tutte quelle cose per cui prima, quando la vita era molto più semplice,
non c’era tempo! Abbiamo tutti questi espedienti per risparmiare tempo
sul lavoro, ma poi riempiamo il tempo con attività che creano stress e
problemi psicologici.
Il mio suggerimento è di semplificare le cose non per riempire il tempo
con attività, ma per avere più tempo libero per sviluppare la
meditazione nella vita quotidiana. È bene vedere la meditazione come
qualcosa da apprezzare e rispettare veramente, piuttosto che come
qualcosa da fare come routine la mattina prima di andare al lavoro. Se
si considera la meditazione solo come qualcosa da fare quando se ne ha
tempo, è fuori di dubbio che dopo un po’ non si avrà più tempo per farla.
Tutto il resto sembra molto più urgente della meditazione, perché la
meditazione sembra solo starsene lì seduti senza fare niente. In
famiglia possono pensare: “Se ne sta lì seduto, non fa nulla. A che
serve? Dovrebbe fare qualcosa”.
Questo è il tipo di società in cui viviamo. Ma se si è veramente
interessati a sviluppare la meditazione, allora occorre darle una
collocazione importante, coltivare un modo di vivere che offra davvero
opportunità di riflessione silenziosa. Bisogna coltivare samatha
e vipassana, e quindi integrarle nella vita quotidiana. Allora è
possibile imparare molto sul modo in cui le cose sono.
Con cittanupassana si può essere consapevoli dei propri
sentimenti verso le altre persone. Se si prova rabbia nei confronti del
marito, si può quanto meno osservarlo: “In questo momento c’è rabbia, ed
è fatta così…”, invece che rimanere catturati nella critica o nel
cercare di non ammetterlo. Ammetterlo non significa che sia permanente o
diverso da così com’è. Osservare che è così com’è aiuta a rilassare la
tensione, perché non se ne è prigionieri. Considerate il modo in cui, se
si è infatuati di qualcuno, non si vuole pensare che ci sia nulla che
non va in quella persona. Anche se sbaglia, non ha importanza, ci si può
passare sopra. Ma se stiamo biasimando qualcuno, ci è difficile
ricordare qualsiasi cosa di buono questa persona abbia fatto, mentre
riusciamo a ricordare accuratamente tutto ciò che abbia fatto di
sbagliato!
Nella pratica della consapevolezza, siamo disposti a sviluppare nella
nostra mente la pazienza per il lato sgradevole della vita. Siamo
disposti a lasciare che i cattivi pensieri, i risentimenti, ogni genere
di emozioni negative, siano coscienti e siamo disposti a lasciare che
siano così come sono. Confidiamo nel nostro Rifugio e semplicemente
lasciamo che gli stati mentali siano così come sono, senza aggiungerci
sensi di colpa o resistenza. La sensazione rimane la stessa: se c’è un
pensiero cattivo sentiamo che è cattivo, ma la nostra relazione con esso
è una relazione di gentilezza, di pazienza. Ciò, allora, permette alla
condizione di cessare. Si dissolve. Finisce. Perciò, se riconosciamo e
comprendiamo i nostri stati d’animo e i loro effetti, non aggiungiamo
più sofferenza a questi stati e non creiamo sofferenza nei rapporti con
gli altri esseri umani.
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