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Il termine “Azione sociale”
di solito fa pensare a sforzi su vasta scala per migliorare gli aspetti
materiali della società. Ma il Buddha sottolineò l’importanza della
mente, per cui, dalla prospettiva buddhista, si considera azione sociale
anche una semplice attività che sia rivolta ad altri e abbia motivazioni
pratiche: vale a dire come ci relazioniamo con gli altri, con il mondo
che ci circonda, con le persone che ci sono vicine, con la famiglia, i
vicini e la società in generale.
Per comprendere cosa sia l’azione sociale, bisogna capire che non si
tratta di “me e della società intorno a me”, come se fossero realtà
autonome; i due hanno un rapporto di interrelazione. Ciò che portiamo
alla società che ci circonda è la qualità della nostra mente, del nostro
cuore, del nostro essere. Per questa ragione, non si può separare
l’esercizio spirituale interiore dall’azione sociale. Sono interrelati e
interdipendenti. L’addestramento a cui sottoponiamo noi stessi è
importante quanto qualsiasi azione che intraprendiamo esternamente,
perché l’esercizio interiore ne è il fulcro. La capacità che abbiamo di
aiutare o influenzare gli altri dipende dalla nostra chiarezza interiore,
dalle buone intenzioni e dall’integrità con cui abbiamo preso cura di
noi stessi. I due sono inseparabili. Anche il mantenere i precetti – non
nuocere a nessuno, non essere disonesti nel comportamento verso gli
altri – fa parte dell’azione sociale, perché le azioni che facciamo, o
l’astenersi da certe azioni, hanno inevitabilmente un impatto sugli
altri.
Certe volte ci lasciamo prendere dall’entusiasmo per qualche
responsabilità sociale, qualche obbligo sociale o anche qualche forma di
attivismo sociale, ma dimentichiamo di chiederci: come trattiamo la
nostra famiglia? Come trattiamo la gente a cui siamo più vicini? Come
rispondo al telefono? Che cosa proietto nell’universo quando qualcuno
telefona e io non mi sento di parlare o sono irritato con chi telefona?
Dobbiamo tener presente che anche queste interazioni sono azioni sociali!
Perciò le azioni e le parole che usiamo per rapportarci con la gente che
ci sta intorno, con la gente con cui viviamo, con la gente di cui siamo
responsabili, sono tutte parte dell’azione sociale. Non ne sono
separate. Quando parliamo della “natura interdipendente delle cose” non
ci riferiamo semplicemente a un’attraente teoria filosofica, ma a
qualcosa di vitale importanza nella nostra vita di ogni giorno. Man mano
che si espande, questa interazione quotidiana diventa azione sociale nel
senso comune del termine. Anche in questo tipo più ampio di azione
sociale sono stato molto coinvolto.
Un importante principio che sta alla base dell’azione sociale è che, nel
risolvere i problemi sociali, non ci si può permettere di escludere
niente e nessuno. Questo è un principio che ho applicato in
continuazione nei progetti di cui mi sono interessato in Thailandia,
particolarmente nella protezione delle foreste. Nella difesa delle
foreste sono stato coinvolto mio malgrado, non è qualcosa che ho scelto
di fare. Ero abate di Wat Nanachat, il monastero internazionale nella
Thailandia nord-orientale. Nel monastero vi erano parecchi residenti;
monaci, novizi, laici e laiche che vi praticavano e una numerosa
comunità viveva nei paraggi. Pensai che per equilibrare la situazione
sarebbe stato bene avere un monastero affiliato più isolato. Trovai
quindi una zona remota, Poo Jom Gom, e cominciai a sistemarla. Dopo un
po’ il governo thailandese dichiarò questo monastero e la zona
circostante Parco Nazionale. Ciò potrebbe farvi pensare: “Che meraviglia;
un Parco Nazionale”; ma era solo una designazione su una mappa e non si
realizzò se non a costo di problemi considerevoli. Era una delle ultime
foreste rimaste nella Thailandia del nord-est; si estendeva lungo il
fiume Mekong. Dall’altro parte del fiume si vedeva il Laos con le sue
incredibili colline e foreste; dalla parte thailandese vi erano solo
monconi di alberi; quel Parco Nazionale era stato completamente tagliato;
era una situazione veramente seria.
Cercando di risolvere il problema, dovevo nel contempo anche cercare di
coinvolgervi le persone. Come potevo però avere la cooperazione di
quelle persone se erano loro che tagliavano gli alberi? Non potevo
semplicemente impedirgli di tagliare la foresta, anche se ora eravamo in
un Parco Nazionale e anche se la legge lo proibiva. Dovevo trovare il
modo di coinvolgerli nel progetto di recupero. Ma come fare? Come potevo
coinvolgere i rivenditori che li pagavano per tagliare gli alberi? Come
potevo includerci i funzionari che si facevano pagare per permetterlo?
Non si poteva semplicemente dire: Questa gente è proprio malvagia. Se
non ci fossero, questo pianeta sarebbe migliore! Ci sono invece; sono
persone proprio come noi; cercano di mantenere la loro famiglia e i loro
bambini proprio come noi; cercano di cavarsela in questo mondo.
La prospettiva buddhista è che i problemi nascono da coloro che non
capiscono che sono loro stessi a creare sofferenza a sé se stessi e a
gli altri. I problemi e la sofferenza derivano dal desiderio e
dall’attaccamento; non basta desiderare semplicemente che i problemi se
ne vadano. Dovete considerare la sofferenza della gente e aiutarla, per
esempio incrementando la salute e l’insegnamento. Dovete chiedervi:
”Perché abbattono gli alberi? Perché distruggono la foresta? Che cosa ne
ricavano? Certamente, vogliono vivere bene; vogliono provvedere ai
bisogni della loro famiglia. Perciò dovete trovare il modo per far
fronte a ciò. Se non lo fate è come voler costruire un muro contro un
impetuoso corso d’acqua. Credete di poter innalzare un muro per fermarlo.
Be’, buona fortuna! L’acqua troverà il modo per infiltrarsi. Dovete
avere le idee chiare e venire incontro ai bisogni della gente. Dovete
coinvolgerli. Dovete aiutarli a trovare una soluzione.
Come base della pratica individuale, il Buddha espose le Quattro Nobili
Verità: c’è la sofferenza, c’è la causa della sofferenza, c’è la
cessazione della sofferenza e la via che conduce alla cessazione della
sofferenza. Bene, lo stesso principio vale per i problemi sociali. Avete
la sofferenza; avete il problema. Allora vi chiedete: “Qual è la causa
di questo problema? Dov’è la cessazione? E qual’è la via che porta alla
sua cessazione?” Dovete capire che non si può semplicemente desiderare
che spariscano. Dovete contemplarli chiaramente: quali sono le varie
cause? Che cosa vogliamo raggiungere? Dov’è la soluzione del problema?
Se non abbiamo capito il problema, non saremo in grado di vederne le
cause. Se non abbiamo chiaro il traguardo che vogliamo raggiungere, non
sapremo che cammino intraprendere.
Quindi la struttura delle Quattro
Nobili Verità può essere applicata sia all’azione sociale che alla
propria pratica e più pratichiamo per applicare i principi del Dhamma a
noi stessi, più è probabile che saremo in grado di applicarli alla
situazione sociale che riguarda i nostri amici, la famiglia, il lavoro,
o tutto il resto. Questo è il cuore dell’azione sociale: applicare i
principi del Dhamma ai problemi interni della nostra comunità e
chiedersi: “Come possiamo lavorare insieme per risolverli?”.
Per tornare al monastero di Poo Jom Gom, c’era quel grande problema
della foresta che veniva illegalmente tagliata. Dovevo trovare il modo
di coinvolgere nel progetto coloro che erano interessati a dare una
mano. Il monastero, come tutti i monasteri, era una rete di interazioni.
La gente veniva a offrire aiuto e sostegno; venivano ad ascoltare il
discorso di Dhamma nei giorni di osservanza; venivano per avere consigli;
venivano quando la loro vita prendeva una svolta importante: matrimonio,
nascita, morte; venivano a porre domande; venivano a consultarsi.
Insomma, era una rete di interazioni. Perciò, quando sorse quel problema
nella comunità, il problema della foresta, subito capii chi era in grado
di aiutarci. Cominciai a invitare la gente a partecipare al progetto,
una persona alla volta. E’ così che cominciai. All’inizio c’erano solo
volontari, ma man mano che il lavoro aumentava dovemmo pagare dei
lavoratori. Poi cominciammo a farvi partecipare la polizia.
La polizia in Thailandia non è... non ricopre una posizione molto
rispettabile, ma è lucrativa. Inoltre, in quella zona, la polizia aveva
molto potere, soprattutto per quanto concerneva il trasporto dei tronchi.
Invece di affrontarli apertamente, preferii lavorarci insieme. Come
potevamo coinvolgerli? In pratica questo problema fu di facile soluzione,
perché uno dei nostri sostenitori e uno dei primi volontari era un vice
sovrintendente di polizia. Veniva considerato un tipo speciale perché
cinque o sei anni prima aveva trasformato la sua vita. Aveva smesso di
bere e aveva cominciato ad osservare gli otto precetti, mangiando una
sola volta al giorno. Riuscì a coinvolgere nel progetto altri ufficiali
di polizia onesti, incoraggiandoli a spargere la voce tra altri
poliziotti e portandoli dalla nostra parte.
Quando si lavora a progetti di questo genere, ci vuole tempo per
ottenere la fiducia della gente, per convincerli che avete tenuto conto
degli interessi di tutti. Ci vuole tempo, ci vuole pazienza, ci vogliono
le idee chiare. Se si agisce in modo aggressivo, è difficile avere un
buon risultato. Bisogna riconoscere che ognuno ha la propria sofferenza.
Hanno paura che se vi aiutano, non potranno migliorare la loro vita; per
questo vanno considerati i loro interessi. Tenendo questo sempre in
mente, dovete cercare di coinvolgerli in modo da ottenere il loro aiuto.
Man mano che il progetto andava avanti, riuscimmo a portarvi dentro i
militari.
In Thailandia l’esercito è molto,
molto potente, ed è un’istituzione altamente rispettata. Nel nel
1992-93, però, ci fu una rivolta contro la dittatura militare al potere
in quel momento, e molti persero la vita. I militari caddero in
disgrazia agli occhi della società. Grazie alle loro risorse, compresero
che un modo di fare ammenda presso la popolazione era quello di salvare
le foreste. Fu così che riuscimmo a coinvolgere l’esercito. Con altre
condizioni non sarebbe stato possibile fare una cosa del genere, ma in
quel momento le circostanze erano tali che fu possibile. Vidi che era
importante trarre profitto da quelle occasioni non comuni, trovare e
usare ciò che era disponibile. Scoprii che certe volte ci si trova
alleati a persone che mai avremmo immaginato.
E’ di grande aiuto nell’azione sociale tenere come punto di riferimento
la propria pratica e integrità personale. Scoprii che se avevamo
intenzioni pure, riuscivamo a interagire misteriosamente con gli altri.
E’ come una calamita. Le buone intenzioni sembrano attirare le buone
persone. Perciò, nell’azione sociale, è importante mantenere un cuore
puro e un’integrità limpida perché prima di tutto è a nostro beneficio –
ci sentiamo molto meglio – e poi perché attira altre persone ben
intenzionate. Più gente di buona volontà abbiamo, meglio possiamo agire,
come se le buone intenzioni aumentassero in proporzione sempre maggiore.
Durante le ultime elezioni in Thailandia, vidi su un palazzo un cartello
che diceva: le forze della corruzione acquistano più forza quando la
buona gente si ritira.
Certe volte uno potrebbe dirsi: “Semplicemente non voglio avere a che
fare con la società. Sono stufo. E’ un sistema senza speranza”, ma il
sistema acquista potere quando la gente buona si ritira. E’ importante
ricordarlo. E al contrario, meno la gente buona si ritira più la bontà
acquista vigore. Potrebbe sembrare una stranezza, ma è vero. Attraverso
la mia esperienza ho visto che avveniva proprio così. Ho visto riunirsi
molta gente per aiutarci, sorta quasi dal nulla.
Un’altra foresta che mi trovai a difendere è nella Thailandia
occidentale lungo il confine thai-birmano, in una zona chiamata Dtao
Dum. Lì i problemi erano molto più gravi a causa della collusione
istituzionalizzata e delle forti somme di denaro implicate. E’ una
foresta vergine, ancora abitata da elefanti, tigri e rinoceronti. Questi
animali sono considerati quasi estinti in Thailandia, ma in quella
foresta ci sono ancora. E’ l’ultima parte di una immensa area che non è
stata toccata. Per molti animali e per molte specie di uccelli è
l’ultimo paradiso. Perciò ci misi molta energia nel tentativo di
proteggerla e ancora adesso ne sono coinvolto. Vi abbiamo fondato un
altro monastero.
Quella parte della Thailandia è molto diversa dal nord-est. Nella
Thailandia nord orientale vi è una grande fede e molto rispetto per il
buddhismo, per i monasteri e i monaci. Nella parte occidentale del
paese, la gente è più selvaggia, rozza, rude. Non vi è un rispetto
innato e il livello di violenza è più alto.
La mia prima visita alla foresta fu circa vent’anni fa. Vi andai per
passare qualche mese in ritiro solitario. A quel tempo l’area non era
ancora stata distrutta dall’autostrada che l’attraversa fino al confine
birmano, per un tratto di circa 70 chilometri. Quando vi ritornai otto o
nove anni dopo, fu uno strazio vedere la portata della distruzione. A
che velocità la foresta era scomparsa!
In quegli otto o nove anni di mia
assenza, non vi erano stati altri monaci. Durante questa mia seconda
visita, venni con un gruppo di monaci per fare un ritiro. La foresta era
una miniera di stagno. Prima c’erano varie miniere di stagno ma durante
la mia seconda visita ne era rimasta solo una. I paesani furono molto
contenti di vederci. Siccome non vi erano stati più monaci nella zona,
non avevano potuto fare veri e propri funerali ai loro morti. Perciò la
prima cosa che vollero da noi fu che eseguissimo una cerimonia funebre
collettiva per coloro che erano morti negli ultimi otto o nove anni.
Dissotterrammo alcuni cadaveri per la cerimonia di cremazione. Erano
tutti morti per due sole cause: o per malaria o per colpi d’arma da
fuoco. Proprio così. Era una zona di gente assai violenta.
Perciò come vi comportereste in una situazione così? Dovevo coinvolgervi
la gente, scegliendo quelli di buona volontà che volevano aiutare.
Dovevo osservare e poi chiedermi: “Chi sarebbe interessato a darci un
aiuto? Chi potrebbe trarne beneficio?” e poi coinvolgere quelli che
erano interessati.
La foresta era – e lo è tuttora – un parco nazionale. Disgraziatamente,
a quel tempo, la persona più attiva nella distruzione della zona a quel
tempo era proprio il direttore del parco. Ma ce ne erano anche altri che
gli tenevano mano. Vi era una pattuglia di polizia di confine che
controllava l’accesso alla regione e proprio il capo di questa polizia
di frontiera era coinvolto. Vi erano i militari che assicuravano la
giurisdizione della zona; il capo dei militari era coinvolto. Sembrava
proprio che ogni canale di aiuto fosse bloccato. Se volevo riuscire
nell’impresa dovevo scavalcare questa gente a livello locale e arrivare
al Dipartimento forestale, scovando i funzionari onesti e coinvolgendoli
nel progetto. E poi, come ho detto, accadde qualcosa di imprevisto.
C’era una donna che veniva regolarmente a trovarci al monastero
principale Wat Nanachat, veniva a meditare. Per caso il suo fratello
minore era vice comandante della milizia di confine per tutto il paese.
Era l’occasione che aspettavo. Egli trasferì uno dei militari e inviò al
suo posto un funzionario onesto. Sembra quasi un miracolo, eppure
avvenne proprio così.
Un’altra persona che riuscimmo a coinvolgere fu un membro della famiglia
reale, una delle principesse. Si interessava già attivamente della
conservazione delle foreste. Si scoprì che un monaco del nostro
monastero aveva una zia che lavorava per la principessa. Riuscii perciò
a far giungere una lettera alla principessa ed essa acconsentì ad
aiutarci. Quando vide quanto enorme fosse il lavoro da fare disse che
poteva aiutarci solo quel tanto, ma suggerì che forse avremmo potuto
coinvolgerci anche alla regina. Perciò, improvvisamente vi erano molte
persone interessate, e tutto era cominciato semplicemente
dall’intenzione di fare qualcosa di buono.
Quindi, per un’azione sociale bisogna essere pazienti, dobbiamo saper
scegliere, dobbiamo essere equanimi e dobbiamo ammettere un possibile
fallimento. Dobbiamo essere pronti ad accettare che qualche volta le
cose funzionano bene e altre no. E alcune volte le cose funzionano in un
modo che mai vi sareste immaginato. Comunque la base del successo
risiede nella propria pratica: osservanza dei precetti, sviluppo della
chiarezza, della tranquillità, della riflessione, dell’investigazione e
della saggezza. Sono queste fondamenta costruite da noi stessi che
influiscono sulle scelte che facciamo e sulla direzione verso cui
incanaliamo le nostre energie.
Eccovi alcune riflessioni.
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